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«Gigi» celebra Colette e il mito di Parigi

Intrattenimento  | Pubblicato il 7 gennaio 2018 |

Quando nel 1942 Gabrielle Colette diede alle stampe la deliziosa novella Gigi su un giornale di stampo femminile non ancora femminista, nessuno poteva sospettare che l'incantevole racconto dedicato a una protagonista in piena pubertà che, nonostante fiorisse sotto la vigile assistenza di due zie interessate a fare della fanciulla una cocotte d'alto bordo, fosse destinato al trionfo. La fama di Gigi varcò l'oceano, giungendo addirittura a Broadway protagonista un'ignota ballerina di fila di nome Audrey Hepburn, che l'onnipresente Colette aveva casualmente incontrato a Nizza durante la lavorazione di un altro film. Inutile dire che lo spettacolo americano ebbe un grande successo, anche se Hollywood impiegò molto tempo a trarne un film che vide la luce solo sette anni dopo. Ma stavolta con Leslie Caron, che a differenza di Audrey, era allora la star del balletto di Roland Petit. Da noi Corrado Abbiati, teatrante consumato di musical e operette, si è accorto negli ultimi anni del potenziale che avrebbe avuto sul pubblico la riproposta di quell'antico progetto teatrale che in America, ma oggi anche da noi, si avvale della penna raffinatissima di Alan Jay Lerner su musiche di Frederic Loewe. Con uno spettacolo divenuto un'apologo della virtù coniugale ma soprattutto la celebrazione del mito di Parigi. In una confezione di grande respiro tra scene, costu- mi, splendide luci e sgargianti colori che ha consacrato questa piccola eroina tanto vezzeggiata dal cinematografo al trionfo dell'amore.

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