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L’eleganza ritrosa di Arpino, scrittore fuori dal tempo

L’eleganza ritrosa di Arpino, scrittore fuori dal tempo

Cultura  | Pubblicato il 1 novembre 2017 |

Trasparente, come certi sguardi degli occhi suoi (sono di indole liquida). Irriverente come certe parole che tagliavano l'aria e poi arrivavano al fegato. Giovanni Arpino è uno scrittore randagio, come l'eroe di uno dei suoi scritti, vagabondo perché mai ha voluto rifugiarsi o proteggersi nel gregge dell'intellighenzia nostrana, che poi è difficile sapere e capire di che cosa si tratti. Quasi dimenticato, scomparso da librerie e convegni, del pensiero e della parola, oblio e naufrago finito sulle bancarelle dei libri usati, in qualche soffitta, negli scaffali dei retrobottega di vecchie librerie. Torino gli ha dedicato una via, sta vicina alla dimora di mia madre, quasi un regalo per me, dietro piazza Massaua e i giardini della Venchi Unica. La strada è parallela a via Giuseppe Fenoglio e va a incrociarsi con via Mario Soldati, un gruppetto di piemunteis, un albese, un torinese, un istriano di Pola, poi meteco a Novi Ligure, Saluzzo, Piacenza, seguendo la carriera militare del padre Tommaso, severissima figura. Poi, alla morte del nonno, il padre di Maddalena Bercia, madre di Giovanni, la famiglia ne raccolse le ricche eredità immobiliari e si accomodò a Bra. In verità Giovanni continuò a frequentare il liceo classico a Piacenza ma prese la maturità nel nuovo domicilio. Bra, dunque, diventò la barca dei suoi sogni, tra compagni di merende e di esistenza, nelle sere ai giardini, al caffè Garibaldi, dove avrebbe conosciuto la figlia del padrone, Rina, Caterina Brero:«Avevo adorato Bra e ancora moltissimo l'adoro, con quei tre vicoli che mi somigliano, piene di pietre e muschio e zoccole di vecchie nere sulle pietre e il sole che taglia diritto gli angoli a fette precise».

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